****** Non troverete i loro nomi sui libri di storia nelle scuole. Non troverete pacifinti che li piangono. Per questo parleremo di loro ******

venerdì 10 febbraio 2012

Alain Escoffier.

Parigi 10.02.1977 - Nacque a Lione il 25 ottobre del 1949 e fin da giovane si avvicinò alle idee anticomuniste iscrivendosi al “Parti des Forces Nouvelles”, partito politico di estrema destra francese. Alain Escoffier decise di immolarsi nel fuoco seguendo l’esempio del gesto estremo di Jan Palach durante la Primavera di Praga nel 1968 in segno di disperazione e amarezza per l’invasione sovietica nella Capitale Cecoslovacca. Lavorava come impiegato di banca e marito di una rifugiata della Germania dell’Est che, a causa del Muro di Berlino e della Cortina di ferro, ormai da anni non poteva vedere. Il motivo della sua protesta, coraggiosa e nobile, risiedeva nella sete di libertà e nel conseguente rifiuto del materialismo sovietico che opprimeva l’Europa dell’Est, nonché nella volontà di attirare l'attenzione sulle atrocità del comunismo e sulla divisione dell'Europa in due blocchi. Il 10 Febbraio del 1977, in occasione del trentesimo anniversario dei Trattati di Parigi, all’età di ventisette anni, Alain Escoffier, si diede fuoco, con una tanica di benzina, sugli Champs – Élysées davanti alla sede dell’Aeroflot, la linea aerea sovietica, e si fece avvolgere dalle fiamme al grido di “Comunisti assassini”. Quel gesto servì a far capire il grado di esasperazione e di rassegnazione delle persone che subirono la sfera di influenza sovietica e sulle terribili conseguenze e le notevoli rinunce che il Regime Comunista aveva imposto all’Europa, almeno fino alla Perestrojka quando lo stesso Premier, Mikhail Gorbačëv, si accorse che i dettami marxisti – leninisti non erano altro che idee utopistiche. Alcuni anni dopo, il gruppo di musica alternativa di destra, la “Compagnia dell’Anello, dedicò una canzone al martire francese, divenuto simbolo di libertà e anticomunismo.

Augusto De Marsanich.

Roma 10.02.1973 - Di origine damate, nacque a Roma il 13 aprile del 1893 da Enrico e Adelaide Piccinini. Il padre era un funzionario statale e podestà della città di Viterbo. Fin dagli inizi Augusto De Marsanich fu un fervente fascista. Seguace del sindacalismo di Filippo Corridoni, fu interventista e combattente nella Prima Guerra Mondiale e successivamente prese parte anche alla guerra in Africa. Aderì senza alcuna esitazione al movimento di Benito Mussolini, militando nel fascio di Roma. Dopo l'avvento al potere del fascismo, si fece luce nella polemica tra intransigenti e revisionisti, parteggiando decisamente per i secondi. Dedicatosi al sindacalismo, nel corso del ventennio ricoprì la carica di Capo dell'Ufficio Sindacale del Partito Fascista, di Presidente della Confederazione fascista dei lavoratori del commercio, di direttore de “Il Lavoro fascista”. Fu anche Deputato e Consigliere Nazionale. Fu inoltre il primo Presidente dell'Istituto nazionale per l'assicurazione contro le malattie, sorto in buona parte su sua iniziativa dalla unificazione delle varie mutue aziendali. Vice Presidente della Corporazione costruttori edili nel dicembre 1934, toccò l'apice della carriera, nel 1935, con la nomina a Sottosegretario del Ministero delle Comunicazioni per le Poste e Telegrafi e per la Marina mercantile, nel novembre del 1939. Dopo gli avvenimenti del 25 luglio e dell'8 settembre del 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana, durante la quale fu nominato per la Ricostruzione Industriale e Commissario del Banco di Roma e della Alfa Romeo. Aderente, fin dalle origini, al Movimento Sociale Italiano, vi si creò vasta risonanza con una acclamata mozione presentata al primo Congresso Nazionale, che si svolse a Napoli nel giugno del 1948, lanciando il messaggio del "Non rinnegare e non restaurare”, respingendo tanto le rivendicazioni totali quanto le condanne indiscriminate del passato. Furono esclusi dal Movimento Sociale Italiano i gerarchi che non avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana e rifiutare ogni ipotesi di accordo con la destra monarchica e liberale. La crisi interna al partito toccò l’apice nel gennaio del 1950, quando il Comitato Centrale mise in minoranza Giorgio Almirante ed elesse Augusto De Marsanich nuovo segretario. La sua ascesa rappresentò una netta svolta. Prima con l’accettazione del Patto Atlantico e poi l’accordo con i monarchici teso alla costituzione di una grande destra. Quella linea politica aprì al Movimento Sociale Italiano ampie prospettive. Sul piano elettorale, apparentato con il Partito nazionale monarchico nelle amministrative del 1951 e del 1952, conquistava la maggioranza in molte città meridionali, come Napoli, Avellino, Benevento, Bari, Lecce, Foggia e Salerno. Il successo veniva confermato nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953 in cui il Movimento Sociale Italiano conquistava quasi il sei percento di voti corrispondente a ventinove seggi. Nel luglio del 1952 Augusto De Marsanich diresse i lavori del terzo Congresso Nazionale che si svolse nella città di L’Aquila. Per motivi di salute chiese ripetutamente di essere sostituito nella guida del partito. Il 10 ottobre del 1954 fu nominato Presidente onorario del Movimento Sociale Italiano, oltre a reggere per pochi mesi la Presidenza onoraria del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, una nuova formazione nata dall’unione con i monarchici. Augusto De Marsanich fu eletto Deputato della Repubblica Italiana dal 1953 e Senatore nelle elezione del 19 maggio 1968. La continuità della sia linea politica veniva assicurata dal nuovo segretario, Arturo Michelini. Alle elezioni per la Presidenza della Repubblica nel 1964 prese, nelle ultime sei votazioni, tutte le preferenze del suo gruppo parlamentare, circa quaranta, in aperta opposizione all'elezione di Giuseppe Saragat. Si spense il 10 febbraio del 1973 a Roma.

Foibe ... Il Giorno del Ricordo.

Italia 10.02.1945 - Le Foibe, dal latino "fovea", che significa fossa, oltre ad essere delle voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall'erosione di corsi d'acqua, che possono raggiungere anche i duecento metri di profondità, e diffuse soprattutto nella provincia di Trieste, nelle zone della Slovenia già parte della scomparsa regione Venezia Giulia nonché in molte zone dell'Istria e della Dalmazia, rappresentano, anche, delle inguaribili ferite nella memoria e nella coscienza di molti italiani. In seguito al Trattato di Rapallo, firmato nel 1920 tra il Regno d’Italia e quello dei Serbi, Croati e Sloveni, furono annesse all'Italia Gorizia, Trieste, Istria e Zara. Negli anni successivi, il Regime Fascista impose in tutto il Venezia Giulia una politica di snazionalizzazione. Vennero progressivamente eliminate tutte le istituzioni nazionali slovene e croate, le scuole furono italianizzate, gli insegnanti licenziati e costretti ad emigrare, vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nei pubblici impieghi. Secondo stime jugoslave emigrarono centocinque mila sloveni e croati. Ma soprattutto si consolidò, agli occhi di quelle minoranze, un fortissimo sentimento anti italiano, che portò la maggioranza degli sloveni al rifiuto di quasi tutto ciò che appariva italiano. Nel clima di vendetta che seguì l'armistizio dell'8 settembre 1943, si registrò il primo fenomeno di foibe, in Istria e in Dalmazia, con l'uccisione, da parte del movimento partigiano di Tito e l’appoggio di formazioni partigiane italiane, di alcune centinaia di italiani. Comunemente, prima di essere gettati nelle fosse, gli uomini e le donne, rastrellati e strappati dalle loro case e condannati senza alcun processo, venivano evirati, stuprati, accecati, torturati. Tra marzo e aprile del 1945, l’armata di Tito occupò prima Trieste e poi Gorizia. Gli ordini del Ministro degli Esteri, Kardelj, non si prestavano a equivoci. Epurare subito, punire con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell’odio nazionale. Nel giro di poche ore si scatenò un’ondata di violenza che portò all’arresto di migliaia di persone, in larga maggioranza italiane, a centinaia di esecuzioni sommarie immediate nelle foibe, a deportazioni nelle carceri e nei campi di prigionia. Le violenze finirono il 9 giugno del 1945, quando Tito e il Generale Alexander, tracciarono la linea di demarcazione “Morgan”, che prevedeva due zone di occupazione. Fu la linea che ancora oggi definisce il confine orientale dell’Italia. Ma la persecuzione degli italiani, durò fino al 1947, soprattutto nella parte dell’Istria molto più vicina al confine e sottoposta all’amministrazione provvisoria jugoslava. Basovizza fu tristemente ricordata come una foiba non naturale. In realtà si trattava di un pozzo, alla ricerca di carbone, scavato all’inizio del secolo ad una profondità di duecentocinquantasei metri. Nel 1945, il pozzo di trasformò in un grande cimitero. I deportati, prima catturati e poi fatti salire su autocarri, venivano legati, con filo spinato, a gruppi verso l’orlo. Una scarica di mitra faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo, chi non trovava la morte istantanea, restava agonizzante per le ferite e le lacerazioni provocate dagli spuntoni delle rocce. Oltre duemila furono i cadaveri ritrovato. Complessivamente le vittime di quegli anni tragici, soppresse in vario modo dalla mano slavo - comunista, furono diecimila, anche più. Lo stesso Tito, però, ammise la grande mattanza. Se aprite i libri di storia delle scuole non troverete nessun argomento legato alla tragedia delle foibe perché rappresenta un aspetto scandaloso e sconcertante della intoccabile resistenza. La ragione risiede, ovviamente, nei cinquant’anni del dopoguerra, quando la cultura fu solo quella dell’antifascismo militante. In mezzo secolo pochi coraggiosi hanno osato andare controcorrente cercando documenti, testimonianze e prove di quello sterminio dimenticato. I sopravvissuti ed i parenti delle vittime aspettano ancora giustizia.

giovedì 9 febbraio 2012

Paolo Di Nella.

Roma 09.02.1983 - Negli anni Ottanta, il clima politico andava lentamente cambiando, l’ondata devastante della violenza di piazza degli anni Settanta andava sempre più esaurendosi. Le aggressioni, gli agguati e i pestaggi di diradarono anche se non scomparvero del tutto. Gianni Alemanno e Paolo Di Nella erano amici per la pelle. Si conobbero nel Fronte della Gioventù e iniziarono a far politica in una porzione di Roma che in quegli anni era ancora una marca di confine. Un grande spartiacque, il Trieste – Salario, fra la Roma rossa e la Roma nera. Gianni Alemanno era iscritto al Liceo Scientifico Righi, Paolo Di Nella, invece, era iscritto al Liceo Scientifico Avogadro fino al 1981, quando fu costretto a trasferirsi in un istituto privato a seguito di alcune minacce ricevute per la sua attività politica. Gianni Alemanno era Dirigente romano del Fronte, legato all’ala rautiana, Paolo Di Nella, venti anni, era radicale, antisistema, tradizionalista, antinuclearista, intransigente, molto più critico dell’amico. Portava gli occhiali da vista, con montatura d’acciaio a goccia, i capelli sorprendentemente lunghi e i baffi. Leggeva molto, ascoltava il rock identitario ed era appassionato per le canzoni di Massimo Morsello. Gianni Alemanno e Paolo Di Nella erano insieme quando nel giugno del 1979 fu ucciso Francesco Cecchin, e sempre insieme si erano ritrovati a Nusco, in Irpinia, dove Francesco fu sepolto, per un gesto simbolico. Intanto le identità, i linguaggi e i simboli stavano per trasformarsi. I primi anni del 1980, il Fronte della Gioventù non era più quello dei primi anni del 1970. Non era un’organizzazione granitica, assediata e chiusa in un ghetto. Era un’organizzazione che cambiava faccia e mutava la struttura organizzativa per articolarsi alla nuova realtà. Nacquero Fare Fronte e Fare Verde che raccolsero rispettivamente le organizzazioni studentesche e l’anima ecologista del Fronte. I nuovi missini cercarono di mettere in soffitta i labari e i gagliardetti della Repubblica Sociale Italiana per iniziare a recuperare molte delle parole d’ordine che provenivano da Terza Posizione. In quel Fronte trovò spazio anche Paolo Di Nella e la sua piccola e personale guerra santa. La riapertura di una villa abbandonata nel quartiere africano. Villa Chigi, era inaccessibile, degradata, un intreccio di sterpi e siringhe gettate dai tossici del quartiere. Per Paolo Di Nella, quell’impegno, divenne una bandiera e una battaglia personale. I manifesti lì disegnava con il pennello e la vernice nera sul retro di quelli già stampati, sul pavimento della sezione di via Somma campagna. Il 2 febbraio del 1983, Paolo Di Nella decise di iniziare l’affissione per le strade della città. L’invito era rivolto a tutti i giovani militanti della sezione. Molti decisero di non seguirlo, presi da cose più grandi e importanti, tranne, però, Daniela Bertani, venti anni. I due uscirono dalla sede del Fronte della Gioventù insieme, intorno alle nove di sera. Salirono sulla Fiat centoventisette e girarono per il quartiere Trieste – Salario. All’inizio tutto sembrava tranquillo. Iniziarono ad attaccare i primi manifesti proprio da Piazza Vescovio, dove era caduto Francesco Cecchin, per poi continuare sui muri abbandonati di Villa Chigi e dirigendosi verso viale Somalia. Un primo segnale sospetto arrivò in quel punto della serata. Due ragazzi su un ciclomotore fissarono i due missini costantemente. Ma arrivati all’incrocio tra viale Somalia e Piazza Gondar, Paolo Di Nella e Daniela Bertani, notarono altre due persone, dall’aspetto trasandato. Paolo Di Nella continuò a fare il suo lavoro, prima all’altezza del bar Motta, poi attraversando la strada e dirigendosi verso uno spartitraffico dove vi era un tabellone pubblicitario, mentre Daniela Bertani era in macchina ad aspettarlo. E lì che successe tutto. Davanti alla fermata dell’autobus trentotto, due giovani. Il primo indossava un piumino di colore rosso, il secondo, invece, azzurro. Mentre Paolo Di Nella era di spalle per mettere la colla sul tabellone, uno dei due, prese la rincorsa e lo colpi violentemente alla testa con un corpo contundente, fuggendo poi a piedi. Paolo Di Nella si piegò sulle gambe come se per un attimo fosse stata tolta la corrente dal suo generatore interno. Ma riuscì comunque a raggiungere la macchina. Dopo un po’ si fermarono nei pressi di una fontanella e mentre Paolo Di Nella si bagnava la testa, le sue mani erano sporche di sangue. La ferita proveniva dietro l’orecchio. A quel punto era necessario il trasporto in ospedale ma Paolo Di Nella rifiutò fermamente. Mentre Daniela Bertani lasciava l’amico davanti al portone di casa e riprendeva la strada per viale Libia, vide che tutti i manifesti che avevano attaccato erano stati strappati. Durante la notte, Paolo Di Nella, non riuscì a dormire. Si agitava. Prima andò in bagno per rinfrescarsi, poi girò per casa senza trovare pace. I genitori sentirono i rumori, si svegliarono e videro i vestiti macchiati di sangue. Solo in quel momento capirono che era successo qualcosa di grave. Già durante il trasporto in ambulanza, Paolo Di Nella, entrò in coma. Aveva un grosso ematoma interno. Ricoverato al Policlinico Umberto I fu operato d’urgenza. Rimosso l’ematoma, gli fu asportato quello che era rimasto dell’osso temporale, letteralmente frantumato. In realtà Paolo Di Nella fu colpito al di sopra dell’orecchio, nella zona posteriore del cranio. L’arteria meningea fu compromessa dalla frattura che si estese subito dopo il colpo ricevuto. Furono sei lunghi giorni di agonia, la sua vita era già compromessa, dal terzo giorno, Paolo Di Nella, sprofondò in coma di quinto grado e fu mantenuto in vita artificialmente. Per la prima volta, in questi giorni, arrivarono dei segnali importanti e diversi. Non più una comunità assediata che piangeva il proprio lutto, ma una parte politica che riceveva solidarietà un tempo nemmeno immaginabile. La visita del Sindaco della Capitale, Ugo Vetere, iscritto al Partito Comunista; il telegramma di solidarietà alla famiglia Di Nella da parte del Segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, e la visita in ospedale del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Al capezzale di un giovane fascista in agonia giunse il Presidente partigiano. Il 9 febbraio del 1983 alle ore venti il cuore di Paolo Di Nella smise di battere. Tre giorni dopo, il 12 febbraio, si svolsero i solenni funerali nella chiesa di San Saturnino. Oltre ai militanti e amici anche molti cittadini dalle più svariate idee politiche, come Marco Pannella. Quando il feretro arrivò a spalla fino al carro funebre, dalla bara fu tolta la bandiera tricolore, ma sotto vi era un’altra bandiera quella con la croce celtica del Fronte della Gioventù. Mentre la salma di Paolo Di Nella veniva tumulata al cimitero di Verano, circa trecento – quattrocento giovani missini giunsero sul posto dell’agguato. I partecipanti depositarono un mazzo di fiori davanti a un lungo striscione murale e dopo alcuni minuti di raccoglimento e una breve commemorazione, il corteo si sciolse senza alcun incidente. Il volantino di rivendicazione dell’agguato, firmato da Autonomia Operaia, fu ritrovato il 14 febbraio in una cabina telefonica di Piazza Gondar, a pochissimi metri dove Paolo Di Nella fu aggredito, dopo una telefonata al centotredici. Intanto la squadra politica della Digos iniziò le indagini proprio da alcuni informatori. Quest’ultimi dubitarono della deposizione di Daniela Bertani e la polizia decise di frugare nei tabulati delle intercettazioni. Ma gli inquirenti trovarono solo lacrime e dolore. Le indagini si concentrarono su due giovani dell’area di autonomia, Corrado Quarra e Luca Baldassarri. I sospetti non trovarono riscontro fino a quando, quindi giorni dopo la morte di Paolo Di Nella, il 24 febbraio, i due extraparlamentari di sinistra abbandonarono la città e gli inquirenti spiccarono due mandati di arresto con l’accusa di omicidio e latitanza. Corrado Quarra si nascose a Subiaco, un paesino vicino Roma, in casa di una zia. Quando la polizia arrivò con il mandato, Corrado Quarra, riuscì a fuggire dalla finestra. Ma la notte tra il primo e il 2 agosto del 1983, in Piazza Risorgimento, a Roma, fu fermato da un posto di blocco della polizia e portato in Questura. Una volta interrogato il sospettato, fu allestito un confronto all’americana. In causa, fu chiamata l’unica testimone oculare, Daniela Bertani, per l’identificazione di uno dei due aggressori. Al di là del vetro, quattro ragazzi, senza esitazione, Daniela Bertani, riuscì a individuare Corrado Quarra. In seguito alle intercettazioni, alla doppia fuga, alla latitanza e al riconoscimento della Bertani, il giudice Santacroce emise il mandato di cattura nei confronti di Corrado Quarra con l’accusa di tentato omicidio. Il 4 novembre del 1983 un nuovo colpo di scena. Daniela Bertani, per la seconda volta, si trovò davanti a uno specchio per il riconoscimento di Luca Baldassarri. Ma sbagliò, individuando una delle tre comparse. Infatti la controfigura di Luca Baldassarri non fu selezionata dagli inquirenti ma dalla difesa di Baldassarre. Allora anche il primo riconoscimento non doveva essere considerato valido. E cosi fu. Il 29 dicembre del 1983, il giudice istruttore Calabria, decise di mettere in libertà Corrado Quarra. A nulla servirono le proteste degli avvocati della famiglia Di Nella. Nell’aprile del 1986, a tre anni dalla morte di Paolo Di Nella, Corrado Quarra fu completamente prosciolto dall’accusa di omicidio. In quel periodo fu sottoposto solo all’obbligo della firma in commissariato senza essere più compiuta nessuna indagine su di lui. Finalmente, nell’ottobre del 2005, il sogno di Paolo Di Nella si realizzò. Villa Chigi, splendente e fiorita, fu restituita al quartiere per dare ossigeno alla città assediata dal traffico.

mercoledì 8 febbraio 2012

Ezio Maria Gray.

Roma 08.02.1969 - Nacque a Novara il 9 ottobre del 1885 e si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Torino, senza però raggiungere la laurea, quando iniziò a scrivere su "La Riforma", periodico dell'Associazione Democratica della Provincia di Novara, poi su "Il Corriere di Novara" e infine su "L'Avanti della Domenica". Fu volontario nella Guerra di Libia dal 1911 al 1912 come Ufficiale di Fanteria e nello stesso tempo come giornalista e osservatorio politico. Rientrato in Italia, nel dicembre 1912, sposò la scrittrice Ubertis Teresa, in arte Terésah. Con il grado di Capitano, fu ancora volontario nella Prima Guerra Mondiale, e al fronte, si meritò una Medaglia d'Argento ed una di Bronzo al Valor Militare. Dagli appunti presi in trincea scrisse il libro "Con le fanterie sarde. Giornate sull'altipiano e sul Piave". Politicamente costituzionale, con la fine della Grande Guerra, si orientò verso il Partito Nazionalista di Enrico Corradini, e nel 1919 fu eletto Deputato al Parlamento, per accostarsi successivamente ai fascisti torinesi. Pur non essendo ancora iscritto al Partito Nazionale Fascista, partecipò alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922, e fu il primo ad abbracciare Benito Mussolini al suo arrivo nella Capitale, prima che si presentasse davanti al Re Vittorio Emanuele III per ricevere l'incarico di formare il nuovo governo. Membro del Direttorio Nazionale del Partito nel 1924 e del Gran Consiglio del Fascismo, deplorò l'uccisione di Giacomo Matteotti. A Novara fu Presidente della Società Storica Novarese dal 1929 al 1945, e Presidente della Biblioteca Civica e Negroni, alla quale, nel 1934, donò una notevole quantità di libri. Divenne Luogotenente, Generale di Divisione, della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, Vice Presidente delle Corporazioni delle Professioni e delle Arti, Presidente dell'Istituto Luce, Alto Commissario alla CIT, Vice Presidente della Camera nel 1941, Commentatore Ufficiale politico e sodale delle "Cronache del Regime" dai microfoni dell'EIAR, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche , e poi, nel 1941, Vice Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Nel 1940 l'Università di Ferrara assegnò a Ezio Maria Gray la laurea ad honorem in Giurisprudenza. All'estero, soprattutto in Grecia, Spagna, Romania, Ungheria e Tunisia, tenne cicli di conferenze sull'ordinamento corporativo, svolgendo, per conto di Benito Mussolini, missioni di fiducia ed incarichi segretissimi. Nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana impegnandosi nella stampa e propaganda sia come Direttore della Gazzetta del Popolo sia come Presidente l'Ente radiofonico. Il 27 aprile del 1945 si presentò spontaneamente alle autorità della Prefettura di Como. Messo in carcere, fu processato nell’ottobre dello stesso anno e condannato a venti anni di detenzione. Nel 1946 fu liberato grazie all'Amnistia di Togliatti e aderì al Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. Fu poi Consigliere Comunale di Novara e di Roma. Nell'ottobre del 1949 fondò il settimanale “ Il Nazionale”, giornale indipendente di politica e cultura", che durò fino alla sua morte avvenuta a Roma l’8 febbraio del 1969. Nel 1953 fu eletto Deputato alla Camera, fino al 1958, e nel 1963 divenne Senatore della Repubblica. Infine fu Vice Segretario Nazionale del Movimento Sociale Italiano.

lunedì 6 febbraio 2012

Enrico Meneghini.

Monza 06.02.1946 - La guerra era appena finita ma restava sul popolo italiano un macigno non facile da superare. La ricostruzione delle case, della democrazia e degli animi. Milano non aveva abbandonato le armi. Decisi a proseguire la loro lotta di Liberazione e di Rivoluzione. Quelli della Volante Rossa, ex partigiani comunisti, soprattutto operai. Si ritrovano nell' ex Casa del Fascio di Lambrate, in via Conte Rosso al numero dodici, trasformata in Casa del Popolo. Si mischiarono con le centinaia di persone che frequentavano il circolo ricreativo. A guidare l' organizzazione clandestina fu Giulio Paggio, nome di battaglia “Tenente Alvaro”, ex partigiano della Brigata Garibaldi. La storia della Volante Rossa fu di attentati ed esecuzioni ai danni di persone legate al passato Regime Fascista, di politici giudicati ostili alla sinistra più estrema e di dirigenti di fabbrica ritenuti responsabili di vessazioni nei confronti degli operai. Svolgeva funzioni di sostegno nelle attività del Partito Comunista Italiano e del sindacato, in particolare, durante gli scioperi e le manifestazioni operaie. Aveva il ruolo di servizio d’ordine e protezione contro le forze dell’ordine, le rinascenti organizzazioni non comuniste come il Partito Liberale e dell’Uomo Qualunque e tutte le organizzazioni neofasciste come i Fasci di Azione Rivoluzionari, che avevano sedi, giornali e liste elettorali su tutto il territorio del Centro - Nord Italia. Il numero totale delle vittime, ad opera dell’organizzazione rossa, rimase sconosciuto. Infatti, era solita far sparire le proprie vittime senza lasciare traccia o impedendone comunque il riconoscimento. Spesso contribuiva anche al depistaggio delle indagini, spargendo la voce di probabili fughe improvvise delle vittime per luoghi lontani, in particolare l’Argentina, meta di rifugio di molti fascisti. Soltanto dopo le elezioni politiche del 1948, l’organizzazione perse molto della sua importanza, anche se non cessò l’attività. Il Partito Comunista Italiano era uscito sconfitto dalle elezioni e non si profilava più la possibilità di conquistare il potere con la forza. Quando furono arrestati numerosi membri, nel 1949, i vertici dell’organizzazione, Giulio Paggio, Paolo Finardi e Natale Buratto, furono aiutati a fuggire all’estero. I primi due, in Cecoslovacchia, il terzo, in Unione Sovietica. Il Partito Comunista Italiano, che fino a quel momento li aveva sempre sostenuti, decise di rinnegare l’organizzazione. Nel 1951, si svolse il processo presso il Tribunale di Verona. Gli imputati furono trentadue. Ventisette in stato di detenzione e cinque latitanti. Il procedimento giudiziario si concluse con ventitre condanne, di cui quattro ergastoli, per i tre elementi di punta dell’organizzazione, e per Eligio Trincheri, rimasto in carcere fino al 1971 e poi graziato dal Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. Stessa sorte, toccò, sette anni dopo, nel 1978, a Paggio, Finardi e Buratto, graziati invece, dal Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Come risposta alla Volante Rossa, sempre a Milano, fin dall’autunno del 1945, nacquero le Sam, Squadre di Azione Mussolini, specializzate in azioni notturne, specialmente sparatorie contro le sedi di partito e organizzazioni di sinistra. La Polizia, in quel periodo, era ancora formata da ausiliari partigiani, ma aveva effettuato già numerosi arresti di neofascisti, accusati di aver lanciato due bombe contro la Casa del Partigiano. Il 9 novembre del 1945 fu arrestato lo studente universitario, Angelo Pesce, che teneva i collegamenti tra varie sezioni del movimento “Monarchico – Fascista”, cui avevano aderito molti reduci dal campo di concentramento di Coltano. La notte del 26 gennaio 1946 vi furono ancora arresti a Lecco e Como sempre legati alle Sam. In Lombardia erano circa duecento gli aderenti e spesso, per sovvenzionarsi, commettevano furti e rapine. Furono arrestati anche alcuni aderenti al Movimento Nazionale Italiano e al Partito Democratico Fascista, nella loro sede in via Molise, dove fu sequestrato denaro, materiale di propaganda, corrispondenza con i vari centri, un cifrario ed elenchi di sottoscritti. Dopo alcuni giorni, il 6 febbraio del 1946, un gruppo di militanti della Volante Rossa, partirono alla volta di Monza, pochi chilometri da Milano, per punire alcuni uomini legati alle formazioni neofasciste. A cadere sotto il fuoco nemico, Enrico Meneghini, ventotto anni, ex Marò della Repubblica Sociale Italiana, patriota e legato alle Squadre di Azione Mussolini. Fu ritrovato cadavere nella sua macchina crivellata da colpi di arma da fuoco. La sua colpa fu quella di credere nei valori della patria e di aver seguito la strada dell’onore.

giovedì 2 febbraio 2012

Roberto Ricci.

Bir Gandula 02.02.1941 - Soprannominato Berto, nacque a Firenze il 21 maggio del 1905. Dopo tormentate e svariate esperienze politiche giovanili, aderì nel 1927 al Partito Nazionale Fascista, costituendo l’avanguardia della seconda generazione Fascista con Guido Pallotta, Niccolò Giani, Carlo Roddolo e Dino Garrone, tra l’altro tutti come lui caduti in guerra. Nel novembre del 1932 si era sposato: ebbe due figli Giuliana e Paolo. Si fece subito luce come giornalista nei periodici “Strapaese” e “Selvaggio”. Dopo la laurea in matematica, conseguita a ventuno anni a Pisa, cominciò ad insegnare nella scuola media e nel frattempo collaborò con alcune riviste fiorentine, tra cui “Il Bargello”. Anche se matematico, fu intimamente umanista dedicandosi, oltre alle poesie, a traduzioni di Ovidio e di Shakespeare. Sostenne in effetti la fondamentale necessità dell’impegno nella ricerca scientifica solo quale mezzo, o stadio di transizione, per la cultura moderna. Nel 1931 pubblicò il saggio “Lo scrittore italiano”, intenso scritto che traccia il ritratto inconsueto del vero intellettuale che sa coltivare il suo anticonformismo creativo senza separarsi dalla vita politica e civile del suo popolo. Roberto Ricci dette una rappresentazione alta dell’intellettuale organico, militante e libero ad un tempo. Collaborò al “Popolo d’Italia” ed a “Critica Fascista”. Gli scritti trattarono di politica, critica di vita quotidiana, problemi di costume, recensioni di libri, poesie e ferme polemiche. I suoi pezzi più seguiti ed attesi dai lettori furono i famosi “Avvisi” coi quali aprì spesso notevoli polemiche a tutto tondo. Volontario nella Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale come semplice Camicia Nera della divisione “Ventitre marzo”, rimase così saldo e umile che i suoi camerati seppero che era un Professore soltanto quando i comandi superiori lo inviarono d’autorità a seguire un corso Ufficiali a Saganeiti. Tornato dall’impresa Imperiale pensò inizialmente di riprendere la pubblicazione, ma poi si dedicò all’insegnamento della matematica per due anni a Palermo, quindi tornò a Firenze ed ebbe la cattedra a Prato. Ligio ai suoi principi anche nella vita privata, fu esempio di rigore ed umiltà francescana: rifiutò sempre ogni carica, vivendo in modo spartano, ad esempio il suo banchetto di nozze si ridusse ad un frettoloso cappuccino con sette amici presenti. Fu fustigatore delle pur minime mollezze, sì da risultare un esempio di sistema di vita. Il rigore morale, unito alla missione di azione e di fede, anche per mezzo della penna, fu esemplare riferimento per i suoi contemporanei. Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, si arruolò ancora volontario e fu inviato sul fronte libico - egiziano nel Reparto di Artiglieria. Sul fronte egiziano portò con sé un quaderno in cui annotava pensieri per un nuovo libro sulla Gioventù Fascista, che andò purtroppo perduto: si sarebbe intitolato “Tempo di sintesi”. Rimase solamente l’idea generale scritta in una pagina dallo stesso Roberto Ricci: “Il libro esamina anzitutto lo stato della gioventù fascista. I candidi, i tiepidi, i profittatori, i combattenti. La minoranza attiva e la massa plastica. Anacronismo delle due torri d’avorio, la intellettuale e la politica. Postulato dell’uomo totale nello Stato totalitario. L’unità fascista sorge da molteplicità di motivi, di tendenze, di esigenze. Assorbe e trascende gli imperativi del nazionalismo e del socialismo, dell’etica e dell’economia, dell’attivismo e della cultura. Le esalta nella sua universalità negandone i particolarismi singoli. Fine del frammentario e avvento della sintesi. Non fu confusione, perché il ritmo della storia alterna le fasi della giustizia sociale e della potenza imperiale, ciascuna esigenza ponendosi periodicamente in primo piano senza annullare le altre. La sintesi non riguardava solo il corso d’un moto politico ma investiva la personalità umana e la storia civile, morale, intellettuale in tutti i suoi aspetti. Tempo, dunque, gloriosamente unitario tra le varie facoltà e attività dell’uomo, tra le varie discipline della pratica e del pensiero, e nell’interno di ciascuna. Tempo che ripiglia, con in più l’unità politica e la millenaria esperienza spirituale, la stagione più fertile dello spirito italiano, la sua tradizione più vera, la sua più creatrice armonia. Sintesi, che risolveva le antitesi della modernità europea e soprattutto francese: somma politica e vitale, di conoscenza e di azione, d’intelletto e di fede”. Insomma una fase compiuta della sintesi Fascista, di cui si sarebbero dovute far carico le nuove generazioni. Il tema della classe dirigente fu peraltro centrale nel pensiero di Roberto Ricci. Egli mirava dichiaratamente alla formazione dei nuclei di una nuova dirigenza intellettuale e politica tra i giovani della seconda generazione Fascista. Nel gennaio 1941 scrisse ai genitori: “Ai due ragazzi penso sempre con orgoglio ed entusiasmo. Siamo qui anche per loro, perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl’inglesi e coi loro degni fratelli d’oltremare, ma anche con qualche inglese d’Italia”. In Libia, nel Gebel Cirenaico, verso le nove del mattino del 2 febbraio 1941, la sua batteria fu attaccata presso un pozzo montagnoso tra Barce e Cirene, vicino a Bir Gandula, ed egli fu mitragliato da uno Spitfire inglese. Fu sepolto nel sacrario di Bari.

lunedì 30 gennaio 2012

Aldo Bormida.

Littoria 30.01.1944 - Con lo sbarco Alleato a Salerno, le forze italo tedesche furono costrette ad arretrare lungo la penisola formando la Linea Gustav. Si trattava di una serie di opere fortificate che si dispiegavano, per centoventi chilometri, da Minturno, a sud di Gaeta, fino alla costa Adriatica, a sud di San Vito/Ortona. Punto nodale della Linea Gustav fu Montecassino che, trasformato dai tedeschi in una fortezza naturale, vide infrangersi numerosi attacchi da parte Alleata. La città laziale rappresentava l’unica agevole via di accesso dal sud al nord verso Roma. Per superare la Linea Gustav, gli Alleati, progettarono uno sbarco alle spalle della linea fortificata sulle coste di Anzio e Nettuno. L’operazione iniziò il 17 gennaio del 1944 con violenti bombardamenti sulla costa e solo nella notte del 22 gennaio, le truppe iniziarono a sbarcare. L’intera operazione fu una sorta di fallimento e le truppe Alleate finirono per impantanarsi sulla costa pontina. Solo il 23 maggio le Forze Alleate diedero l’avvio all’operazione “Buffalo” che aveva come obiettivo Cisterna di Latina. La conquista della cittadina laziale consentì al Sesto Corpo di Armata di riunirsi alle avanguardie americane del Secondo Corpo di Armata che, reduci da Montecassino, avanzavano da Terracina. Nella memoria storica delle popolazioni della Pianura Pontina, le operazioni militari che seguirono allo sbarco, furono ricordate come un titanico scontro tra forze tedesche e forze americane. Ma ai combattimenti parteciparono i primi reparti organici delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana. Furono impegnati su quel fronte il Battaglione di Fanteria di Marina “Barbarigo”, il Gruppo di Artiglieria di Marina “San Giorgio” e i motoscafi d’assalto della Decima Flottiglia MAS. Inoltre, il Reggimento Arditi Paracadutisti “Folgore”, il Battaglione di formazione paracadutisti “Nembo”, il Gruppo Aerosiluranti “Carlo Emanuele Buscaglia”, il Secondo Battaglione Legionario SS, il Primo Battaglione Esplorante Legionario “Debica” e numerosi altri reparti minori. Si avvicendarono in terra pontina, dal gennaio al giugno del 1944, circa dieci mila soldati della Repubblica Sociale Italiana e centinaia di quelli, purtroppo, persero la vita. Nel dopoguerra, nelle città di Nettuno e Pomezia, furono costruiti i primi cimiteri militari dedicati ai soldati americani e tedeschi. Differentemente, per gli italiani che osarono morire dalla parte “sbagliata” non vi furono cimiteri di guerra ma solo tombe private al Verano. Nel 1993 l’Associazione Decima Mas costruì a Nettuno, a proprie spese, un sacrario privato, meglio conosciuto con il nome di “Campo della Memoria”. Ma girando la Piana Pontina, furono costruiti altri modesti monumenti per ricordare i caduti della Repubblica Sociale Italiana su quel fronte. Ad Ardea fu costruita una lapide, mentre cippi commemorativi si trovavano a Campoverde e a Borgo Podgora. In particolare, nel territorio di Latina, in mezzo ad una pianura sconfinata, ricca di campi di grano, vigneti e verdi prati, fu costruita una umile colonna sulla quale furono impresse alcune frasi: “Aldo Bormida – diciannovenne studente Politecnico di Torino – Caduto per la Patria il 30 gennaio del 1944”. Un anziano signore, Luciano Populin, reduce dal fronte di Anzio e Nettuno, decise di ritornare sul luogo per rendere omaggio all’amico Aldo Bormida. Così spiegava quei terribili giorni: «Alcuni giovani studenti universitari del Politecnico di Torino, furono inviati in Germania per uno scambio culturale. Ma dopo l’otto settembre del 1943, molti decisero di arruolarsi come volontari e inviati in Patria a combattere. Il 30 gennaio del 1944 avevo dodici anni e quattro mesi ed era per me la prima paurosa e sofferta esperienza di vita. Dal Borgo Podgora il 24 gennaio, dopo lo sbarco americano ad Anzio, ci trasferimmo alla Strada Della Croce, presso una famiglia di cloni che conoscevamo. Il nostro ampio cortile della casa nel Borgo era stato occupato, dopo due giorni dallo sbarco, dai mezzi corazzati della Divisione Tedesca giunti dal Brennero. Dalla finestra della casa del colono, il giorno 30 gennaio, vidi giungere in strada due camion di soldati che scesero, completarono l’armamento, e si prepararono ad affrontare il nemico. Gli americani erano sull’argine opposto del Canale, distante circa centocinquanta metri dalla nostra casa dove si era insediato un giovane ufficiale tedesco di origine altoatesina e da dove avvenivano sparatorie tra le due forze. I militari italiani, che poi seppi erano giovanissimi volontari del Politecnico di Torino, si lanciarono contro il nemico e cominciarono a salire l’argine del Canale dalla nostra parte. Dai ricordi lontani mi sembra fossero circa quaranta. Gli americani, che erano appostati sull’argine opposto ad una distanza di trenta quaranta metri, li fecero arrivare alla sommità e inesorabilmente li falciarono con le armi. Il ricordo si ferma alla visione dei poveri ragazzi che cadevano, poi il terrore, la pena e la disperazione mi fecero nascondere nell’angolo più riparato della casa. Dalla casa non uscivamo tranne che per qualche istante poiché l’ufficiale tedesco che era con noi consigliava di farci vedere al pozzo a pompare l’acqua con la speranza che, vedendo dei civili, gli americani potessero risparmiare la distruzione della casa. Noi, dopo qualche giorno, fummo costretti a fuggire a piedi dietro suggerimento dell’ufficiale tedesco sperando così in una tregua che, fortunatamente, avvenne». Anche la famiglia Piva, proprietaria del terreno dove avvenne il massacro, spiegava così: «Abbiamo saputo che un solo ragazzo riuscì a salvarsi e dopo l’attacco si rifugiò nella nostra casa. Il giorno dopo anche noi fummo costretti ad abbandonare la tenuta mentre nei campi vi erano i cadaveri che rendevano l’aria irrespirabile. Tornammo dopo qualche mese ma ormai il campo era tutto minato. Un incendio spontaneo di sterpaglie aveva ridotto i corpi a resti ossei. Solo nel mese di giugno – luglio gli americani intervennero per recuperare i resti con sacchi bianchi. Dopo un periodo di tempo il superstite tornò sul luogo e ricordò il punto dove era caduto il giovane Aldo Bormida. Ecco perché lì è sorta la stele a ricordo di Bormida e dove, fino a qualche anno fa, veniva qualche familiare a fare visita. Ora non si presenta alcuna persone siamo noi che custodiamo la memoria». Un ragazzo nemmeno ventenne di nome Aldo Bormida venuto da Torino. Un soldato con una divisa grigio verde e con il desiderio di libertà, di onore e di fedeltà. Il primo martire della Repubblica Sociale Italiana, il sacrificio di un giovane i cui resti mortali furono tumulati per volere della famiglia sotto a un cippo di marmo bianco di fattura umile a ridosso della strada, coperto quasi completamente da erbacce. Una storia per ricordare uno dei tanti ragazzi che, educati al mito dell’amor di Patria, non si fecero indietro alla chiamata della Patria ma scelsero di non stare alla finestra a guardare.

venerdì 27 gennaio 2012

Ghisalberti e Masazza.

Milano 27.01.1949 - Rientrò in Italia, nel 2008, da cittadino libero, Paolo Finardi, uno dei protagonisti della famigerata Volante Rossa, un’organizzazione paramilitare attiva a Milano subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Fu condannato all’ergastolo nel febbraio del 1951 per l’uccisione di Felice Ghisalberti e Leonardo Massaza, ma riuscì a fuggire in Cecoslovacchia per tantissimi anni. Nel 1978, Paolo Finardi, fu graziato dal Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Alla Volante Rossa facevano riferimento ex partigiani comunisti della Brigata Garibaldi delusi dalla mancata rivoluzione del Vento del Nord e dell’amnistia accordata dal Guardasigilli Palmiro Togliatti. Quasi tutti giovanissimi, cercarono di praticare una lotta clandestina all’insegna della giustizia proletaria attraverso decine di attentanti e omicidi ai danni di persone politicamente ancora legate al Regime Fascista. Tutte le azioni punitive partivano dalla ex sede Casa del Fascio di Lambrate in via Conte Rossa e trasformato dopo il 25 aprile in Casa del Popolo. La sede serviva soprattutto da copertura e consentiva, ai militanti, di incontrarsi senza richiamare troppo l’attenzione. Circa cinquanta erano i componenti, organizzati in piccole squadre con un doppio livello operativo. Il primo, legale, dove si organizzavano feste, conferenze politiche e gite celebrative della guerra partigiana. Il secondo, invece, illegale, formato da elementi agguerriti e decisi la cui attività era rivolta alla semiclandestinità e alla violenza politica. Solo dopo la sconfitta del Fronte Popolare del 1948 e il tentato omicidio nei confronti del segretario del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, la Volante Rossa, fu rinnegata da tutte le forze politiche di sinistra. Le attività e la violenza politica cessarono solo nel gennaio del 1949, dopo gli omicidi di Felice Ghisalberti e Leonardo Massaza avvenuti entrambi il 27 gennaio nel capoluogo lombardo. Felice Ghisalberti era figlio di un ex Maresciallo dei Carabiniere, ex appartenente alla formazione repubblichina “Ettore Muti”, fu punito dalla Volante Rossa perché ritenuto responsabile e colpevole di aver comandato il plotone di esecuzione nei confronti di Eugenio Curiel, intellettuale e partigiano, ucciso a Milano due mesi prima dalla Liberazione. Felice Ghisalberti fu giustiziato da Paolo Finardi e Eligio Trincheri in via Lomazzo a colpi di arma da fuoco. Qualche ora dopo, gli stessi, insieme a Natale Burato, si recarono nell’abitazione del dottore Leonardo Massaza, dirigente della fabbrica “Olap” e considerato una vecchia spia dell’Ovra, la polizia segreta attiva nel ventennio fascista. Gli assassini svuotarono tutti i caricatori.

giovedì 26 gennaio 2012

Caligiani, Luparia e Assirelli.

Milano 26/27.01.1946 - A Milano e provincia erano in azione fin dall’autunno del 1945 le Sam, Squadre di Azione Mussolini, specializzate in azioni notturne, specialmente sparatorie contro le sedi di partito e organizzazioni di sinistra. In realtà, era già iniziata la battaglia in previsione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e la Monarchia preparava e assoldava formazioni paramilitari, prendendo direttamente contatto con i movimenti neofascisti. Il terrorismo, serviva in quel periodo, a dare credibilità ai molti Capi delle numerose formazioni clandestine di destra e per far conciliare le frantumate pattuglie del reducismo partigiano “bianco” e i soldati della Repubblica Sociale Italiana, in chiave di fronte nazionale anticomunista, puntando al Colpo di Stato. La Polizia, in quel periodo, era ancora formata da ausiliari partigiani, ma aveva effettuato già numerosi arresti di neofascisti, accusati di aver lanciato due bombe contro la Casa del Partigiano. Il 9 novembre del 1945 fu arrestato lo studente universitario, Angelo Pesce, che teneva i collegamenti tra varie sezioni del movimento “Monarchico – Fascista”, cui avevano aderito molti reduci dal campo di concentramento di Coltano. Intanto, operavano nel milanese anche i Gam, Gruppi di Azione Monarchica, utilizzando la tecnica dell’auto fantasma. Attraversavano città e paesi sparando tra la popolazione. Il 9 dicembre del 1945, una Aprilia di colore nera, raggiunse via Fatebenefratelli, e all’altezza del palazzo, con la sede del “Popolo d’Italia”, lasciò partire, contro la facciata, una raffica di mitra. Alcuni giorni dopo furono arrestati in via Parini, presso la sezione della Pontificia Commissione, circa venti aderenti al movimento neofascista monarchico, chiamato “Calcagno”, dal nome del fondatore e direttore del giornale fascista “Crociata Italica”, fucilato nei giorni della Liberazione. Questo movimento, risultava ramificato tra Milano e Bergamo e aveva reclutato dei giovani per l’invio in montagna. Seguirono altri arresti nei primi giorni di gennaio del 1946 e nella sede del gruppo in viale Belisario furono ritrovate dalla Polizia, armi, esplosivi, divise fasciste, un cifrario e la corrispondenza con associati di altre città. La notte del 26 gennaio vi furono ancora arresti a Lecco e Como sempre legati alle Squadre di Azione Mussolini. In Lombardia erano circa duecento gli aderenti e spesso, per sovvenzionarsi, commettevano furti e rapine. Furono arrestati anche alcuni aderenti al Movimento Nazionale Italiano e al Partito Democratico Fascista, nella loro sede in via Molise, dove fu sequestrato denaro, materiale di propaganda, corrispondenza con i vari centri, un cifrario ed elenchi di sottoscritti. Dopo la Liberazione, anche a Lambrate, zona industriale di Milano, i partigiani decisero di non deporre le armi. L’influenza comunista era fortissima. Gli operai erano i padroni delle fabbriche e l’esercito era ancora disorganizzato. Nel corso dell’estate 1945, come risposta alle riorganizzazioni neofasciste, nacque la famigerata Volante Rossa per iniziativa di alcuni ex partigiani. La sede, fu fissata presso la Casa del Popolo di Lambrate in via Conte Rosso. Solo alla fine dell’estate, la stampa accennò ad una prima esecuzione attribuita alla Volante Rossa. La signora Sciaccaluga Rosa Bianca e la figlia Liliana, fanatiche fasciste, si erano trasferite a Milano quattro mesi prima, per sfuggire alle persecuzioni dei partigiani. Il marito, Stefano, fu giustiziato il 26 aprile mentre tornava da Brescia in divisa da ufficiale della Decima Flottiglia Mas. Le due donne vivevano in una camera di pensione presso la casa in via Pindemonte, a Porta Monforte. Nel giugno dello stesso anno, avevano subito una perquisizione ad opera di presunti agenti del Commissariato di Magenta. Il 31 agosto, intorno alle diciassette, furono invitate, dagli stessi uomini, a recarsi presso gli uffici amministrativi. Entrambe furono ritrovate alcuni giorni dopo nello stagno della cava Gaslini, cinquanta metri dal cimitero di Corsico, uccise da un colpo di rivoltella sparato a bruciapelo al volto. Per entrare negli appartamenti dei nemici, la Volante Rossa, spesso si avvaleva della collaborazione di compagni che prestavano servizio nella Pubblica Sicurezza. La sera del 2 gennaio del 1946, alcune persone suonarono al campanello dell’abitazione di Giulio Vaiani in via Pomposa. Accusato di aver appartenuto alle Brigate Nere, fu ferito gravemente da una scarica di mitra al torace e alle gambe. Il 26 gennaio furono prelevati dalle loro abitazioni, Caligiani Orio e Luparia Sergio. Entrambi estratti cadavere dal canale Marchesana con un proiettile alla nuca. Caligiani Orio, venti anni, era nato a Poggibonsi, in provincia di Siena, ex Marò della Decima Flottiglia Mas, di professione operario. Luparia Sergio, ventisei anni, era nato a Introd, in provincia di Aosta, il 29 febbraio del 1920. Mutilato di guerra, ex Direttore dell’Ente Nazionale Fasci di Assistenza e attivista legato alle Squadre di Azione Mussolini. La sera del 27 gennaio, fu giustiziato a Sesto San Giovanni, il commerciante Assirelli Orlando. Condotto in automobile al cimitero comunale e freddato con due colpi di pistola alla testa. Aveva risposto aderendo alla chiamata della Repubblica Sociale Italiana e da tempo era legato ad alcuni gruppi neofascisti milanesi. La lista degli omicidi, delle violenze e degli attentati ad opera della Volante Rossa fu lunghissima. Solo alla fine del 1949 furono arrestati quasi tutti i militanti e condannati al carcere duro, anche se, tre dirigenti riuscirono a fuggire all’estero aiutati dal Partito Comunista Italiano.
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